Ovvero: chi ci riesce tira le somme
Prima di iniziare a scrivere, declino ogni possibile critica a proposito del titolo di questo articolo a C.A.R., che me lo ha ‘imposto’.
Ora posso incominciare a scrivere. Il problema è che per la prima volta non so veramente cosa. Siamo giunti alla fine (anzi, sono giunto alla fine): alla fine della scuola, alla fine del liceo, alla fine del caffè da Mauro la mattina, alla fine degli intervalli in cortile, alla fine delle giustificazioni, alla fine dei salti sull’ascensore, alla fine delle versioni e dei temi, alla fine degli amici in classe ogni mattina, alla fine del 42, alla fine di Moda e della Preside, alla fine delle assemblee d’istituto, alla fine delle assemblee di classe, alla fine delle ore di religione passate a chiacchierare sotto gli ombrelloni e anche alla fine dei miei articoli sull’Urlo.
Mi dispiace, e mi dispiace anche tanto, non solo per gli articoli sull’Urlo, che presto saranno rimpiazzati da altre due pagine di qualcos’altro, o forse di altre s.m.s.
La tendenza comune a questo punto sarebbe quella di tirare le somme, ma proprio non ci riesco. Che somme dovrei tirare? Dovrei dire: “in quarta ero alto venti centimetri in meno e pesavo 60 chili scarsi, avevo i brufoli e pensavo che tagliare fosse ‘male’; in quinta di chili ne pesavo dieci in meno, i brufoli erano uguali e i capelli invece mi arrivavano fino alle sopracciglia; adesso invece di chili ne peso 76, i brufoli non ci sono più e i capelli mi arrivano fino al pomo d’Adamo”? Per quanto tutto questo sia vero, ho la netta impressione sia poco interessante.
D’altro canto non posso neppure fare un resoconto della mia evoluzione psico-emotiva in questi cinque anni: la gente si evolve per passetti calibrati ed educativamente esplicativi solo nei romanzi di formazione di peggior qualità.
Nell’armadio a muro tengo delle scatole: su ogni scatole c’è scritto il nome di una persona morta a cui ho voluto bene, oppure semplicemente un anno: 2005, 2006, 2007, 2008... In ogni scatola ci sono dei ‘pezzi di memoria’, memento del mio passato: biglietti, lettere, fotografie, bicchieri trafugati, bandiere da sventolare alle manifestazioni, scarpe distrutte, magliette stracciate, sacchetti di terra, diari e notes, scatole di preservativi vuote, accendini scarichi, biglietti aerei, e in generale tutto ciò che ha costituito il mio passato in questi anni, che poi, mescolato per bene, è esattamente ciò che costituisce il mio presente. Io non sono una persona che crede nel futuro. Io credo nel passato; il futuro si vedrà, e si vedrà solamente quando sarà diventato passato.
A questo punto mi sembra che l’unico modo, e il più congeniale, per tirare le somme sia quello di raccontarvi una nuova scatola: Alfieri. Questo è il mio passato, e forse sarà anche il mio futuro.
QUARTA La nebbia più totale: sfocati ricordi delle feste a casa dei miei compagni, quando la sera non si usciva ancora e i miei genitori mi venivano a prendere in macchina. Mi ricordo la Morello e la Panza, mi ricordo un racconto di Grahm Green nella nostra antologia, e poi i test di verbi greci: mi ricordo che erano dei grossi fogli bianchi con scritte decine di forme da tradurre (o forse da analizzare), non c’era mai spazio abbastanza e mi divertiva pensare che la mia professoressa di greco non si accorgesse del terribile disordine con cui preparava quei test. Però era il periodo della tranquillità: non c’era nulla da fare, a parte la scuola e il nuoto, e c’era tutto il tempo per farlo.
QUINTA C’era ancora tempo per qualsiasi cosa e la scuola sembrava non dovesse finire mai. Adesso iniziavamo a tradurre le versioni, invece che le forme sui test della Morello. Mi ricordo gli spettacoli a teatro, la sera; mi ricordo il ‘Vortice del Macbeth’, alla Cavallerizza Reale: eravamo tutti rimasti perplessi e Oliva sembrava avesse visto il diavolo in persona. E poi, ecco: la settimana bianca! Era bellissimo – mi pare – sciavamo, poi andavamo in piscina, la sera chiacchieravamo e Malaspina controllava che dormissimo guardando se filtrava della luce da sotto la porta. Era ancora il tempo in cui si pensava “c’è ancora tutto il liceo davanti”, e infine non dispiaceva neppure. Era ancora il tempo in cui i rappresentanti d’istituto mi sembravano così mostruosamente grandi, era il tempo dei “tu non puoi uscire” nell’Autogestione. Ma in fondo neppure questo dispiaceva, era così che doveva andare, e così andava. I miei amici erano nella mia classe e fuori dalla mia classe c’era “dell’altra gente che veniva nella mia stessa scuola”. Mi ricordo Tommaso, una nuova comparsa, e canottaggio, una nuova comparsa anche quello. Però durò molto di meno di Tommaso.
PRIMA Prima, prima... mi ricordo la prima lezione: Del Sedime, la filosofia, la meraviglia. Aristotele e Platone. Timidamente passavo i miei primi intervalli in cortile e ‘l’altra gente che veniva nella mia stessa scuola’ iniziava ad avere una faccia. Mi ricordo la Monforte, e Barcellona. La sera andavamo a bere sangria, mi ricordo che al capo opposto del tavolo c’era Manuel, che non avevo la più pallida idea di chi fosse se non che l’avevo visto a Pesach. I miei amici, i miei veri amici, restavano i miei amici, ma a loro si era aggiunta un bel po’ di altra gente, con cui non è che uscissi, ma ci parlavo, e mi piaceva. Mi ricordo tutti i venerdì sera da Camillos e i miei genitori che s’erano stufati di venirmi a prendere e m’avevano detto “Arrangiati, se puoi torna in pullman, se no in taxi, se no... arrangiati”. A sentirselo dire non era così brutto come a scriverlo, anzi, era in qualche modo glorificante. E poi boxe, e Mauro, il mio istruttore, che mi diceva che dovevo fare pettorali perché... servivano.
SECONDA Adesso sì, quelle facce avevano decisamente dei nomi. E ci uscivo anche, a volte qualcuno mi portava persino a casa in macchina. Mi ricordo le lezioni su Tasso, in cortile. Mi ricordo i miei amici, e me li ricordo bene, mi ricordo che erano diventati davvero amici. Mi ricordo le lezioni di boxe e i primi nasi sanguinanti, mi ricordo un’aggressione per la strada che ebbe come esito miei duraturi sensi di colpa. Mi ricordo che i capelli mi stavano crescendo, ora arrivavano fino a sotto la bocca. Mi ricordo la gita in Alsazia e il terribile motel dove eravamo finiti, i bagni nella piscina ghiacciata e le serate fumose. Mi ricordo la Gargano e i suoi problemi: all’epoca ci capivo ancora qualcosa.
TERZA Quella che mi fa più male ricordare, forse perché mi fa più male perderla. E’ passata, come vuole il luogo comune, in un baleno, e mi ricordo tutto. All’inizio dell’anno una telefonata di Manuel che di punto in bianco mi chiede se voglio candidarmi con lui, le sere passate a scrivere il programma al Fante, sulle giostre: Manuel era semi-ubriaco e alle sue proposte, che già di per sé erano spesso particolari, se ne aggiungevano di inverosimili. Mi ricordo la 3G e tutte le altre classi. Le foto, l’estenuante raccolta dei soldi. Mio nonno, Ludovica, la Monforte, che ormai (e questo ‘ormai’ lo dedico a lei) era diventata un entità imprescindibile dalla nostra classe. Mi ricordo un capodanno discutibile, una lunga camminata al freddo fino a Bardonecchia. Mi ricordo le categorie che aumentavano: welter, welter pesante, peso medio, medio massimo! Mi ricordo interminabili discussioni dalla Preside e interminabili assemblee d’istituto in cui si dicevano sempre le stesse cose. Mi ricordo il mio esame di teoria: 5 errori, poi mi ricordo l’ultima lezione di guida e le non so quante birre per festeggiare la patente! Mi ricordo la benzina, verde, dieci euro ogni volta, ai distributori self-service. Mi ricordo – e me li ricordo bene – i mesi passati tra studio, amici... e boxe. Mi ricordo Berlino, la Vodka Gorbachov, le simulazioni di terze prove, le persone che, sembra a farlo apposta, si conoscono troppo tardi, solamente ora, e pure sono sempre state qui. Mi ricordo questi ultimi giorni passati a studiare fisica e a trascorrere lunghissime serate a parlare delle cose più inaspettate con chi non mi sarei mai aspettato, almeno fino a qualche mese fa.
In un certo senso, è come se mi ricordassi tutti voi.
Giuliano Mori