venerdì, 23 gennaio 2009

Carissimi lettori dell'Urlo,

ci scusiamo del ritardo della pubblicazione degli articoli online, ma c'è stato qualche problema tecnico.

Siamo costretti a chiudere questa sede virtuale dell'Urlo. Ma non temete! E' già aperto un nuovo blog dove potrete ritrovare gli articoli dei vostri giornalisti preferiti!

L'indirizzo è:

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Visitatelo al più presto!

La redazione dell'Urlo

postato da: MemoTheWaves alle ore 17:15 | Permalink | commenti
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lunedì, 06 ottobre 2008
Sembra che ci sia poco da sapere, quando in realtà c’è un mondo da dissotterrare, scavando nella realtà della prostituzione. Siete tutti molto bravi a darmi della puttana: non costa nulla e immagino dia una qual certa soddisfazione, la stessa soddisfazione che si trae dall’ingiuriare o compatire chi soffre, soltanto per potersi poi rallegrare della propria fortuna; ma che ne sapete voi di quello che c’è dietro? Cosa pretendete di sapere della mia vita? Leggere due righe sul quotidiano non basta perché vi arroghiate il diritto di giudicarmi. Forse credete di sapere. E invece non sapete.
Alcune persone scelgono volontariamente questa merda, per mancanza di volontà di fare altro; io disprezzo queste persone: sputano in faccia a quelle altre che, come me, ci sono state costrette.
Immaginatevi un freddo lunedì sera: siete probabilmente a casa vostra, in salotto, sdraiati sul divano a guardare qualche stupido film americano. E io? Io sono là fuori, al freddo, con un fuocherello acceso alla meglio come unica fonte di calore. Che faccio? Ovvio, aspetto il prossimo che passa di qua. Ma sapete una cosa? Stanotte né questo fuoco esiguo, né tantomeno le braccia dell’uomo con cui starò, saranno sufficienti a riscaldarmi. Freddo, nel corpo che metto ignobilmente in mostra, e nel cuore. Qualcuno se lo ricorda che ho un cuore?
Ogni giorno io mi guardo allo specchio: vedo il mio corpo e sento che non mi appartiene… e lo odio da morire. Avverto la vergogna marchiata a fuoco su di me, me la sento addosso, e non me ne posso liberare. Potete immaginare che cosa significhi? Io non saprei dire quante mani abbiano toccato questo mio corpo, ma di certo nessuna l’ha mai fatto per amare. Mi viene da percuotere il mio cuore, per punire me stessa, forse perché non ho combattuto abbastanza; sono ancora troppo giovane per vedere l’inferno, eppure ci sono dentro, ed è un dolore che mi corrode la pelle.
L’annientamento di una dignità, la sua morte, che si concretizza nelle cicatrici corporee, segno di un pudore violato e di un’identità cancellata. Ecco: questo è ciò che sono, ciò che scorre nelle mie vene, e ve l’assicuro: non è cosa che si legge sui giornali.
Una volta qualcuno mi ha detto: “Amare ed essere amata è un tuo diritto; vivere sta solo a te: loro non ci possono fare niente, se ne fregano. Abbi fiducia: un giorno capiranno, e ti scioglieranno da questa condanna”.
Queste parole sono vive in me e mi danno la forza di sperare, anche in notti fredde e desolate come questa. Ma non sono e non saranno le parole a risollevarmi da terra: sono loro che hanno il potere di liberarmi, ciononostante mi costringono a rimanere in ginocchio, a subire. Loro, che custodiscono le chiavi della mia prigione; ma non le usano, anzi fingono di non possederle, in modo che nessuno possa accusarli di negligenza.
A volte ci si dimentica di me, eppure sono solo una delle tante.
Fermatevi un istante: che cosa state facendo in questo momento? Guardando la televisione? Ascoltando la musica? Studiando? Ridendo?
E io? Io sono sempre qui. E aspetto il prossimo che passa di qua…
 
Federica Lazzerini
postato da: MemoTheWaves alle ore 18:06 | Permalink | commenti
categoria:racconto, lazzerini, giugno08
lunedì, 06 ottobre 2008
L’ Albatro
Prendono spesso i marinai per gioco
Albatri, grandi uccelli marini,
che indolenti compagni di viaggio
seguono il bastimento mentre scivola
Sopra gli abissi amari.
 
Appena posti sulla tolda, questi re dell'azzurro
ora maldestri e vergognosi lasciano
penosamente trascinarsi ai fianchi
le grandi ali bianche come remi.
 
L'alato viaggiatore, com'è goffo
e fiacco! Lui, poc'anzi così bello,
com'è comico e insulso! Uno gli stuzzica
Il becco con la pipa, un altro mima
zoppicando l'infermo che volava!
 
Il Poeta assomiglia a questo principe
dei nembi, che frequenta la tempesta
e ride dell'arciere; a lui, esiliato
sulla terra, fra gli schiamazzi, le ali
da gigante impediscono il cammino.
                                  ( Baudelaire )
 
 
Il viaggio è del sognatore: indugiando, si muove tra scoscesi pendii, seguendo il sentiero a lui noto. Il suo cammino ha inizio come fuga; veloce si desta il disio di scappare, ricercare il Nuovo, l’ ignoto. Lo accompagna una vaga spensieratezza; si muove sonnambulo, lasciandosi condurre, leale lungo il Pensiero.
Questa è la sua dote: l’ umiltà di cui si avvale per conoscere e sapere.
Se prima calpesta la terra ora è preso da oblio e lo guida la mente; questo è il piacere che prova, un viaggio che termina nell’ inconscio, in tutto simile al Sogno.
 
Il viaggio è del romantico, che scivola sui Sentimenti, candido nel cuore, ad un tempo amato ed amante. Colui che impetuoso riversa fiducia nella Vita, che propone Amori sobri e passioni, desideri ebbri, colorati e presuntuosi.
Il romantico viaggia, spinto da dolci inviti, innamorato dei profumi e sapori di questo sentiero, che percorre voglioso.
Invaghendosi della Bellezza, il suo viaggio comincia; si compiace di molte cose ancora, si innamora delle parole altrui; culmina nell’amore per sé stesso. Così si dice che faccia sue ad un tempo razionalità ed irrazionalità: la causa del viaggio per lui è una brama, che urta i margini del Reale, e nell’amare gli altri ha fine di amare sé stesso.
 
Condizione del viaggio, ancora, è la curiosità; il tendere all’ ignoto del veggente ne è esempio.
Nelle domande del veggente si trovano percorsi tortuosi che insinuano una sola consapevolezza: il tempo non aspetta nessuno. Il viaggio è un discusso labirinto, levigato da continue ipotesi, che si districa in un’insonne solitudine; vaga il viandante nell’ impreciso, incorniciando dubbi, ascoltando Voci.
Il piacere del traballante cammino è lo stare in bilico, in punta di piedi, calibrando i passi, le movenze su di un infermo filo.
Viaggiare è ricercare traendo sospiri, cogliendo il dissimile, è abbandonare il proprio giudizio accettando l’altrui. Il piacere del viaggio sta nel descriverlo; il buon viaggiatore diventa pian piano poeta.
 
Del poeta il viaggio è complicato; molte volte egli inciampa. Il suo errare tende in direzioni opposte: azzarda il destino avanzando audace, ma si volta al passato pensoso; compaiono sul volto le prime rughe. Molte volte si confronta con specchi: ricuce parole in versi mentre cammina. Conforto trae dal rammendare i suoi errori.
Se pare superbo nelle sue affermazioni, nelle sue fiabesche poesie, nei suoi ineffabili versi, è forse l’ unico che lungo il  viaggio assapora e comprende il valore del Tempo. Non lo sfugge, non lo inganna, si concede nel percorso di invecchiare: anche nella più grandiosa ricerca vi è nobile umiltà.
 
Il viaggio è un sogno, un amore, un’aspettativa, un errore: è un pensiero condiviso, un        
           solitario sospiro.
Carolina Mostert
postato da: MemoTheWaves alle ore 18:05 | Permalink | commenti
categoria:racconto, mostert, giugno08
lunedì, 06 ottobre 2008
Ovvero: chi ci riesce tira le somme
 
            Prima di iniziare a scrivere, declino ogni possibile critica a proposito del titolo di questo articolo a C.A.R., che me lo ha ‘imposto’.
            Ora posso incominciare a scrivere. Il problema è che per la prima volta non so veramente cosa. Siamo giunti alla fine (anzi, sono giunto alla fine): alla fine della scuola, alla fine del liceo, alla fine del caffè da Mauro la mattina, alla fine degli intervalli in cortile, alla fine delle giustificazioni, alla fine dei salti sull’ascensore, alla fine delle versioni e dei temi, alla fine degli amici in classe ogni mattina, alla fine del 42, alla fine di Moda e della Preside, alla fine delle assemblee d’istituto, alla fine delle assemblee di classe, alla fine delle ore di religione passate a chiacchierare sotto gli ombrelloni e anche alla fine dei miei articoli sull’Urlo.
            Mi dispiace, e mi dispiace anche tanto, non solo per gli articoli sull’Urlo, che presto saranno rimpiazzati da altre due pagine di qualcos’altro, o forse di altre s.m.s.
            La tendenza comune a questo punto sarebbe quella di tirare le somme, ma proprio non ci riesco. Che somme dovrei tirare? Dovrei dire: “in quarta ero alto venti centimetri in meno e pesavo 60 chili scarsi, avevo i brufoli e pensavo che tagliare fosse ‘male’; in quinta di chili ne pesavo dieci in meno, i brufoli erano uguali e i capelli invece mi arrivavano fino alle sopracciglia; adesso invece di chili ne peso 76, i brufoli non ci sono più e i capelli mi arrivano fino al pomo d’Adamo”? Per quanto tutto questo sia vero, ho la netta impressione sia poco interessante.
            D’altro canto non posso neppure fare un resoconto della mia evoluzione psico-emotiva in questi cinque anni: la gente si evolve per passetti calibrati ed educativamente esplicativi solo nei romanzi di formazione di peggior qualità.
            Nell’armadio a muro tengo delle scatole: su ogni scatole c’è scritto il nome di una persona morta a cui ho voluto bene, oppure semplicemente un anno: 2005, 2006, 2007, 2008... In ogni scatola ci sono dei ‘pezzi di memoria’, memento del mio passato: biglietti, lettere, fotografie, bicchieri trafugati, bandiere da sventolare alle manifestazioni, scarpe distrutte, magliette stracciate, sacchetti di terra, diari e notes, scatole di preservativi vuote, accendini scarichi, biglietti aerei, e in generale tutto ciò che ha costituito il mio passato in questi anni, che poi, mescolato per bene, è esattamente ciò che costituisce il mio presente. Io non sono una persona che crede nel futuro. Io credo nel passato; il futuro si vedrà, e si vedrà solamente quando sarà diventato passato.
            A questo punto mi sembra che l’unico modo, e il più congeniale, per tirare le somme sia quello di raccontarvi una nuova scatola: Alfieri. Questo è il mio passato, e forse sarà anche il mio futuro.
            QUARTA        La nebbia più totale: sfocati ricordi delle feste a casa dei miei compagni, quando la sera non si usciva ancora e i miei genitori mi venivano a prendere in macchina. Mi ricordo la Morello e la Panza, mi ricordo un racconto di Grahm Green nella nostra antologia, e poi i test di verbi greci: mi ricordo che erano dei grossi fogli bianchi con scritte decine di forme da tradurre (o forse da analizzare), non c’era mai spazio abbastanza e mi divertiva pensare che la mia professoressa di greco non si accorgesse del terribile disordine con cui preparava quei test. Però era il periodo della tranquillità: non c’era nulla da fare, a parte la scuola e il nuoto, e c’era tutto il tempo per farlo.
 
            QUINTA         C’era ancora tempo per qualsiasi cosa e la scuola sembrava non dovesse finire mai. Adesso iniziavamo a tradurre le versioni, invece che le forme sui test della Morello. Mi ricordo gli spettacoli a teatro, la sera; mi ricordo il ‘Vortice del Macbeth’, alla Cavallerizza Reale: eravamo tutti rimasti perplessi e Oliva sembrava avesse visto il diavolo in persona. E poi, ecco: la settimana bianca! Era bellissimo – mi pare – sciavamo, poi andavamo in piscina, la sera chiacchieravamo e Malaspina controllava che dormissimo guardando se filtrava della luce da sotto la porta. Era ancora il tempo in cui si pensava “c’è ancora tutto il liceo davanti”, e infine non dispiaceva neppure. Era ancora il tempo in cui i rappresentanti d’istituto mi sembravano così mostruosamente grandi, era il tempo dei “tu non puoi uscire” nell’Autogestione. Ma in fondo neppure questo dispiaceva, era così che doveva andare, e così andava. I miei amici erano nella mia classe e fuori dalla mia classe c’era “dell’altra gente che veniva nella mia stessa scuola”. Mi ricordo Tommaso, una nuova comparsa, e canottaggio, una nuova comparsa anche quello. Però durò molto di meno di Tommaso.
 
            PRIMA           Prima, prima... mi ricordo la prima lezione: Del Sedime, la filosofia, la meraviglia. Aristotele e Platone. Timidamente passavo i miei primi intervalli in cortile e ‘l’altra gente che veniva nella mia stessa scuola’ iniziava ad avere una faccia. Mi ricordo la Monforte, e Barcellona. La sera andavamo a bere sangria, mi ricordo che al capo opposto del tavolo c’era Manuel, che non avevo la più pallida idea di chi fosse se non che l’avevo visto a Pesach. I miei amici, i miei veri amici, restavano i miei amici, ma a loro si era aggiunta un bel po’ di altra gente, con cui non è che uscissi, ma ci parlavo, e mi piaceva. Mi ricordo tutti i venerdì sera da Camillos e i miei genitori che s’erano stufati di venirmi a prendere e m’avevano detto “Arrangiati, se puoi torna in pullman, se no in taxi, se no... arrangiati”. A sentirselo dire non era così brutto come a scriverlo, anzi, era in qualche modo glorificante. E poi boxe, e Mauro, il mio istruttore, che mi diceva che dovevo fare pettorali perché... servivano.
 
            SECONDA     Adesso sì, quelle facce avevano decisamente dei nomi. E ci uscivo anche, a volte qualcuno mi portava persino a casa in macchina. Mi ricordo le lezioni su Tasso, in cortile. Mi ricordo i miei amici, e me li ricordo bene, mi ricordo che erano diventati davvero amici. Mi ricordo le lezioni di boxe e i primi nasi sanguinanti, mi ricordo un’aggressione per la strada che ebbe come esito miei duraturi sensi di colpa. Mi ricordo che i capelli mi stavano crescendo, ora arrivavano fino a sotto la bocca. Mi ricordo la gita in Alsazia e il terribile motel dove eravamo finiti, i bagni nella piscina ghiacciata e le serate fumose. Mi ricordo la Gargano e i suoi problemi: all’epoca ci capivo ancora qualcosa.
 
            TERZA            Quella che mi fa più male ricordare, forse perché mi fa più male perderla. E’ passata, come vuole il luogo comune, in un baleno, e mi ricordo tutto. All’inizio dell’anno una telefonata di Manuel che di punto in bianco mi chiede se voglio candidarmi con lui, le sere passate a scrivere il programma al Fante, sulle giostre: Manuel era semi-ubriaco e alle sue proposte, che già di per sé erano spesso particolari, se ne aggiungevano di inverosimili. Mi ricordo la 3G e tutte le altre classi. Le foto, l’estenuante raccolta dei soldi. Mio nonno, Ludovica, la Monforte, che ormai (e questo ‘ormai’ lo dedico a lei) era diventata un entità imprescindibile dalla nostra classe. Mi ricordo un capodanno discutibile, una lunga camminata al freddo fino a Bardonecchia. Mi ricordo le categorie che aumentavano: welter, welter pesante, peso medio, medio massimo! Mi ricordo interminabili discussioni dalla Preside e interminabili assemblee d’istituto in cui si dicevano sempre le stesse cose. Mi ricordo il mio esame di teoria: 5 errori, poi mi ricordo l’ultima lezione di guida e le non so quante birre per festeggiare la patente! Mi ricordo la benzina, verde, dieci euro ogni volta, ai distributori self-service. Mi ricordo – e me li ricordo bene – i mesi passati tra studio, amici... e boxe. Mi ricordo Berlino, la Vodka Gorbachov, le simulazioni di terze prove, le persone che, sembra a farlo apposta, si conoscono troppo tardi, solamente ora, e pure sono sempre state qui. Mi ricordo questi ultimi giorni passati a studiare fisica e a trascorrere lunghissime serate a parlare delle cose più inaspettate con chi non mi sarei mai aspettato, almeno fino a qualche mese fa.
In un certo senso, è come se mi ricordassi tutti voi.
 
Giuliano Mori
postato da: MemoTheWaves alle ore 18:02 | Permalink | commenti (1)
categoria:sms , mori, giugno08
lunedì, 06 ottobre 2008
Basta! Inutile prendersi ancora in giro, tra di noi è finita. In fondo, che cosa potremmo ancora condividere? Non abbiamo davvero più nulla da dirci.
Chissà cos’è che ci ha uniti per tutto questo tempo. Chissà cosa faceva da collante al nostro amore.. abitudine, noia forse? In realtà c’è stato anche altro: i tanti giorni passati insieme, i sospiri, le lacrime, i sorrisi. Mi porterò tutto nel cuore. Non ho intenzione di permettere al tempo di cancellare quello che abbiamo costruito insieme.
Ora è giusto però che le nostre strade si separino. E non fare quella faccia, lo sai anche tu che altri prenderanno il mio posto. Tu, qui, conoscerai altri ragazzi, e io, da qui, spiccherò il volo. E’ finalmente per me arrivato il momento di aprire le ali. E se sono capace di volare, se pur con qualche incertezza, è tutto merito tuo e delle mille avventure vissute insieme…
Mi ricordo ancora la prima volta che ci siamo conosciuti. Ero timido e impaurito. Tu no, sicura di te, hai aperto le tue braccia e mi hai accolto con il tuo caldo abbraccio. Ti devo confessare che molte volte ho pensato a noi. La nostra è stata una relazione difficile, travagliata. Tanti sacrifici, tante volte mi ha assalito il desiderio di mollare. Sì, ora siamo arrivati al dunque. Quando si dice “chi mi ama, mi segua”.
Tu no, tu rimarrai qua, come sempre, alta, rossa, sicura, un po’ beffarda. Ti vedo ritta ad aspettare chi mille e mille volte ti maledirà. Però volgendo indietro lo sguardo non cambierei davvero niente, rifarei tutto con lo stesso entusiasmo. Grazie a te ho riso, pianto, amato, odiato, ho conosciuto tante persone splendide, che ora saranno gli amici che mi accompagneranno per il resto della vita, e non esserne gelosa. In fondo ti ho dato qualcosa anch’io in questi anni. A dire il vero ho spremuto tutto me stesso, ho spaccato un po’ di sassi, difficoltà, problemi. Mi sento pieno di lividi, ma non mi pento. E sono lividi che non dipendono solo da te, ma anche da tutto quell’insieme di cose che inevitabilmente ti trascini dietro. Ma questa è la vita. C’è sempre un prezzo da pagare.
Siamo all’atto finale. Non resta che condividere ancora insieme gli ultimi momenti. Lasciare che le cose vadano per il loro verso, verso l’ignoto, verso qualcosa che sarà inevitabilmente diverso. E’ così. Allora ti prego lasciami andare, fammi questo regalo, lasciami scivolare via, in breve sarò lontano e tutto sarà, dolcemente, finito.
Non sarò più al bar accanto a te. Le risate continueranno ad accompagnarti ma io ne sentirò di diverse. Domani, come sempre, suonerà la sveglia e tu come tutte le mattine prenderai lentamente il via.
Ma io non sarò con te, cara Scuola..
 
 
Rendendo grazie a Moccia, sommo maestro, e a tutti voi studenti come noi
 
Valentina Cornagliotto
Gianluca Voglino
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categoria:varie, giugno08
lunedì, 06 ottobre 2008
Come avevano già capito bene i Greci ai tempi di Socrate e di Platone, non ci può essere filosofia se non c'è dialogo, ed è per questo che mi sento in dovere di vincere la mia consueta riservatezza per dare una voce alternativa ai ragionamenti solitari di Lorenzo Ricca. Se ho deciso di scrivere queste righe, non è per mettermi in rivalità con una persona che stimo molto, ma è solo perché, da un anno a questa parte, ho avuto la fortuna di averlo come compagno di classe e di fare con lui numerose discussioni che hanno permesso a entrambi di sviluppare le proprie idee, anche se molto diverse.
Penso sia giusto far sentire anche l'altra voce di questo dialogo.
Le mie osservazioni partono dalla questione sull'esistenza dell'infinito.
Se, come sostiene Lorenzo, il mondo è limitato e finito da un punto di vista fisico, è pur vero che potenzialmente esso è infinito. Infatti, noi abbiamo infinite possibilità di scelta e di azione all'interno di questo mondo.
Pensiamo, ad esempio, alle lettere dell'alfabeto italiano. Esse sono solo 21 , ma le parole, le frasi, i pensieri che possiamo comporre con queste lettere sono infiniti. Questo “infinito” da che cosa è determinato? Dalle sole lettere? Ma se esse sono finite come fanno a dare origine all'infinito? Oppure esso scaturisce dal nulla?
Poiché niente può provenire dal nulla o essere creato dal nulla, tutto ciò che è stato, è, nasce o si forma, scaturisce dalle infinite possibilità che già esistono e che noi, grazie alla nostra azione, possiamo rendere concrete o meno.
Queste possibilità non possono essere finite, perché prima o poi si esaurirebbero e non potremmo più scrivere nulla di nuovo, quindi devono essere infinite. Un esempio analogo è quello dei numeri: li avremmo già scoperti tutti, se non fossero infiniti. Dall'infinito deriva incessantemente la realtà finita che noi determiniamo in assoluta libertà scegliendo tra infinite possibilità.
Dobbiamo essere, quindi, consapevoli dell'infinito valore che ha ogni istante della nostra vita e delle infinite possibilità a nostra disposizione. L'uomo non può limitarsi a considerare solo il finito, ma deve cercare l'infinito sempre; se non lo fa lui, è la realtà stessa a generare continui stimoli e sollecitazioni, attraverso l'imprevisto che cambia la situazione presente, o attraverso la sofferenza e il dolore, che ci spingono modificarla. 
Non vado oltre, sarebbe bello poter approfondire questo argomento, il valore dell'infinito. Ognuno di noi ha la possibilità di comprendere e scoprire l'infinito da sé, invece di limitarsi a guardare un rettangolino blu dalla finestra e dire: “Toh, guarda, com'è piccolo il cielo!” ed accontentarsi perché è limitato e rassicurante. E' vero, l'uomo non può sapere se il cielo sia infinito o meno fermandosi a quel piccolo rettangolino, ma grazie alla sua curiosità, alla sua insoddisfazione, alla sua capacità di immaginare e cercare qualcosa che è oltre a ciò che gli è immediatamente dato, può scoprire, inventare e superare sempre se stesso, ed è proprio in questa scommessa e in questo rischio che si gioca il valore dell'uomo.
Enrico Grosso
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categoria:sversi per caso, giugno08
lunedì, 06 ottobre 2008
Accidenti! Mi stavo accingendo a scrivere qualcosa per il nuovo numero dell’urlo, quando mi sono reso conto del fatto che sarà l’ultimo della mia carriera scolastica da alfierino (confidando nella magnanimità della commissione d’esame). Questo avrebbe potuto farmi riflettere sul fatto che sto invecchiando oppure che il tempo trascorre inevitabile…invece mi sono semplicemente detto: ca…”volo” devo assolutamente scrivere qualcosa di fico! Infatti, da buon egocentrico quale sono, non posso non approfittare di questo momento per regalare a tutti un addio in grande stile, o per lo meno una sorta di testamento di quello che è il mio pensiero filosofico. Così ho deciso di affrontare il tema che più mi stringe il cuore (provocandomi spesso scompensi cardiaci): la felicità. Ahhh…(sospirando), la felicità…gran cosa!
Sulla ricerca del piacere, ovvero come l’uomo può essere continuamente temporaneamente felice
L’uomo non può raggiungere uno stato di felicità perenne (iniziamo bene! Direte…ma non scoraggiatevi), perché per sua natura desidera continuamente qualcosa di più di quello che possiede. Tuttavia essere momentaneamente felici e appagati è possibile, ed è il piacere a rendere l’uomo appagato, sia questo piacere procurato da ciò che gli sta intorno o da ciò che è dentro di lui. Infatti il piacere può derivare sia dal rapporto con il mondo che ci circonda (cose e, soprattutto, persone) sia dal rapporto con noi stessi. Sfortunatamente non sono in grado di consigliarvi un metodo per essere in pace con voi stessi, visto che io non lo sono con me stesso. Ma penso di aver compreso aspetti importanti riguardo al rapporto con le altre persone. Spesso le relazioni con il prossimo sono complicate, in parte perché giudichiamo male chi ci sta attorno e in parte perché non siamo in grado di metterci in Comunicazione (quella con la “c” maiuscola, ovvero la comunicazione autentica) con gli altri esseri umani. Per risolvere questi problemi occorre fare un doppio sforzo: vincere i pregiudizi (che inevitabilmente abbiamo) e riuscire a comunicare autenticamente. Il pregiudizio è un’idea errata, fondata su convinzioni nostre o di chi ci influenza, che impedisce una retta valutazione delle persone. Il problema del pregiudizio è però presto risolto con un semplice ragionamento: tutti noi singoli individui siamo più o meno convinti di comportarci in modo corretto o comunque giustifichiamo i nostri errori. Bene, quindi anche le persone che abbiamo intorno fanno lo stesso, e se si comportano in modo diverso da come noi giudichiamo opportuno, lo fanno convinte di essere nella ragione e non nel torto. Tenendo ben presente questo, ci sarà più facile imparare a conoscere gli altri e una volta comprese le ragioni altrui, impareremo a giustificare, perdonare o biasimare gli altri con maggiore consapevolezza. Questa è la base per il secondo sforzo: entrare in Comunicazione. La maggior parte delle relazioni che abbiamo con gli altri sono inautentiche e da queste relazioni non possiamo trarre alcun beneficio. Per comunicare autenticamente è necessario sforzarsi (per lo meno inizialmente, perchè poi diverrà naturale) di dire tutto ciò che sentiamo di voler dire. Attenzione: non tutto ciò che pensiamo, altrimenti la nostra vita diventerà uno schifo, ma tutto ciò che vogliamo dire. Quando comunichiamo autenticamente con una persona non possiamo essere respinti, perché la forza e la genuinità delle parole autentiche vincono qualsiasi resistenza. Vi potrà così capitare di fare esperienze fantastiche, come guardare negli occhi una persona e sentire che i vostri spiriti sono in contatto. Ah! che energia e che felicità deriva da questa sensazione! Niente di mistico, intendiamoci, semplice e pura Comunicazione!
Questo per quanto riguarda il rapporto con gli altri individui, che può essere fonte dei più grandi piaceri della nostra vita. Ma i piaceri possono essere ricercati in molti altri modi: nella natura, nell’arte, nel cibo, nella defecazione…etc. Ovviamente non tutti sono equiparabili: esistono piaceri immensi (come sentirsi amato da chi si ama) e piaceri incredibilmente piccoli (come guardare la luce del sole che attraversa nuvole frastagliate). Tutti sono in grado di godere dei grandi piaceri della vita, ma pochi comprendono la fondamentale importanza delle piccole cose al fine di essere felici. I grandi piaceri sono rari, quelli piccoli, invece, li possiamo provare in ogni momento. Compito dell’uomo che vuole essere felice è dunque quello di imparare ad apprezzare i piccoli piaceri, i più difficili da cogliere, ma anche i più numerosi da trovare. In questo modo proverà continuamente un poco di appagamento…e immaginate cosa accadrà quando arriveranno i piaceri immensi…
Così l’uomo potrà essere sempre temporaneamente felice.
Addio Urlo. (Quanto mi piace il finale pacchiano!)
 
Lorenzo Ricca
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categoria:musica, ricca, sversi per caso, giugno08
lunedì, 06 ottobre 2008
La scogliera era particolarmente alta e da là sopra potevo facilmente distinguere gli schizzi d’acqua contro la parete rocciosa –che quasi sembravano raggiungermi, e l’odore di mare, forte e prepotente nelle mie narici. Osservavamo il mare in silenzio, senza dirci nulla. Eravamo venuti fino in America Latina per conoscerne tutta la storia, sia quella tradizionale che quella musicale, e quello che avevamo trovato ci aveva lasciati senza parole.
Eravamo partiti ignoranti, inesperti di una realtà che poi ci aveva tremendamente colpito, una volta nuda e crudele.
“Questa storia inizia molti anni fa” aveva cominciato Ariel Ramìrez, la sera che l’avevamo incontrato e conosciuto. “Colombo e le sue tre caravelle erano approdati da pochi anni quand’ecco che tutto qui cominciò a cambiare. Gli Europei ci tolsero tutto, occuparono i nostri territori e misero da parte la nostra cultura per ‘integrarla’ con la loro. Grazie a questo gioco di scambi reciproci di musiche e culture tra nuovo e ‘vecchio’ continente è stato poi possibile ricavare la musica che tutt’ora ci rappresenta e chiamiamo nostra. Il manipolo di uomini che infatti si insediò per primo nel Nuovo Mondo era molto più vario e assortito di quanto si sia portati ad immaginare: tra loro c’erano moriscos, arabi di Spagna appena cacciati dagli ultimi avamposti di Granata, ebrei sefarditi sfuggiti alla repressione dei re cattolici, qualche gitano che dopo un lungo girovagare si era infine fermato in Andalusia, e i neri d’Africa, migliaia di schiavi deportati in America per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, caffè e tabacco. Fu già a quel tempo che si generarono i primi meticci del continente, incroci di razze e culture che continuano ancora oggi in America costituendo la vera essenza del popolo sudamericano. Grazie a queste contaminazioni oggi in America Latina abbiamo diversi generi musicali, frutto di incontri e scambi, che noi consideriamo come nostri, e parte della musica latinoamericana: salsa, rumba, bossanova, flamenco, tango, fado, milonga, jazz e blues. I ritmi accelerati di Cuba, e quelli più lenti del Brasile, i pezzi confusionari argentini e le improvvisazioni di New Orleans. Questo grande insieme di tradizioni è la nostra musica”.
Ariel Ramìrez era nato a Santa Fe, nel 1921. Aveva passato tutta la sua vita a tentare ad ogni costo e con ogni sforzo di rappresentare con la sua musica le vicende degli uomini e delle donne del suo paese. Aveva avuto un successo straordinario, anche in Europa. Fu una vera fortuna incontrarlo, per noi.
Quei due mesi in America Latina ci avevano cambiati. Avevamo conosciuto tante persone e imparato tante cose. Ed ovviamente avevamo imparato ad amare quei luoghi, e la loro musica, perché ogni incontro/scontro ed ogni scambio implica anche la sua parte musicale.
Vitalità e malinconia, slancio e ripiegamento, spensieratezza e struggimento: stati opposti dell’animo umano che sembravano e sembrano tuttora trovare il loro difficile equilibrio proprio nello spirito sudamericano. Questa conciliazione degli opposti, con tutta la propria carica contraddittoria, questa profonda e dolorosa dualità, è sempre rimasta sospesa tra vitalità ritmica e melodie struggenti, tra felicidade e saudade.
Seduti sul bordo di quel precipizio pensavamo ad Alfonsina, la canzone di Ramìrez, o meglio, io ci pensavo; non so se anche Matteo, il mio compagno di viaggio, lo facesse.
Ma per quale motivo mai si era lanciata giù dalla scogliera, quella benedetta ragazza?
Te vas Alfonsina, con tu soledad. Se chiama lui non dirgli che ci sono, digli che Alfonsina non ritorna, di che sono partita”.
Amavo quella canzone. Da allora l’ho sempre amata.
Ida y vuelta. Andata e ritorno, in lingua spagnola.” Dissi infine, con un sospiro. “Ogni ‘andata’, ogni viaggio lontano dalla propria terra e dalle proprie abitudini, riceve senso dal relativo ‘ritorno’. Ogni viaggio ci impone un confronto con la diversità. Non si ritorna mai uguali a prima: in diversa misura, ogni viaggio ci cambia, ci restituisce mutati alle nostre case e alla nostra vita quotidiana. Il nostro stesso mondo ci appare diverso al rientro, sotto una luce nuova: meno scontato, più relativo, forse…”. Matteo annuì. In quel tempo avevamo imparato a capirci ad ogni sguardo, non vi era più bisogno di troppe spiegazioni. Avevamo salutato l’America Latina con un abbraccio visivo, e in un silenzio lunare, sul bordo di quella scogliera, per un attimo ci sentimmo da sempre parte di quei luoghi.
“Ritorneremo?” mormorai io.
“Ritorneremo” rispose Matteo.
E, negli anni successivi, quella parola avrebbe costellato i nostri destini: ritorneremo, ritorneremo..
 
Andrea & Chiara Flora (ritorneremo..)
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categoria:zenoni bassignana, giugno08
lunedì, 06 ottobre 2008
Cala il Sole su di noi.
Ci lasciamo il lido
Delle dolci ombre
Velato alle spalle,
Sotto di noi
Del pelago i flutti
Feramente s’alzano
Cantandoci sfida.
Addio, mio lembo di terra
Cotanto amato
Ed odiato ad un tempo,
Mio involontario rifugio
Dal mondo,
Costruito di sudati cartigli.
Volentieri t’offrirò
In votivo sacrificio il
Mio soave ricordo,
La mia gratitudine, il mio astio.
Orsù, genti d’infinite primavere,
Volgiamo il guardo
All’ultimo orizzonte,
Senza celare -forse?-
La lacrima,
Mentre ch’io canto queste poche
Note
Di postrema elegia.
Alberto "Poe" Ferro
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categoria:poe , versi per caso, giugno08
lunedì, 06 ottobre 2008
LA NOTTE:
 
Ecco una notte fatta per scrivere, per puntare i piedi tra le lenzuola e sentirle fredde.
Notti insonni e pigre in cui ci si perde a comprare il coraggio di cambiare, e ci si promette che domani ci accorgeremo di come il destino si può fregare anche se, da lassù, è lui a guardarci .
Eccone altre di operose, in cui sei tu a sedurre le ore, ad appoggiarle alle labbra e a sposare il momento in cui hai gli occhi chiusi e accarezzi la tua vita.
Ci sono notti sporche che ti lasciano apatica, che ti fan tornare a casa con la voglia di addormentarti per sempre.
Altre in cui l'alcool fa la sua parte e ti rende più libera e stonata.
Notti che costruiscono storie folli e rare.
Notti abuliche ed algenti,
notti stupite dall'amore.
Notti in cui manca solo Lui.
Notti in cui tu vai, tutto va e non potrebbe andare in altro modo. Notti di rumore e secchi d'acqua.
Altre in cui perdi il coprifuoco, spegni il telefono e speri che le lancette camminino più piano.
Notti italiane e straniere, socievoli o sprecate, tue o loro, indaffarate o puntuali, composte o eccentriche.
Alle migliori dedichiamo un inchino, pensa alla tua adesso, in cui le chiavi si infilano con fatica nella serratura, con quel gesto s'interrompe tutto, quelle che non ti insegnano nulla ma correggono i tuoi pensieri…ed in punta di piedi non esigi più nulla dalla vita perchè in quel   momento è ideale.
 
 
IL GIORNO:
 
Ci sono giorni vuoti, giorni pieni, ci sono giorni scritti e giorni detti. Ci sono giorni di cui vale la            pena parlare e ci sono giorni ai quali le parole non renderebbero giustizia. Ci sono giorni che segnano la vita di un uomo e giorni segnati dalla vita degli uomini. Ci sono giorni in cui ogni gesto è felicità, ci sono giorni in cui ti senti vivo, e giorni in cui non basta il mare per spegnere il tuo ardore. Ci sono giorni che si perdono delle nuvole, giorni che ti schiaffeggiano con la realtà, giorni che ti lusingano e pregano. Ci sono giorni in cui sei esattamente dove dovresti essere e ci sono giorni in cui nemmeno ci sei. Giorni di speranza, giorni di follia. Ci sono giorni scanditi da attimi e attimi che sembrano giorni. Un giorno ti svegli e il giorno dopo sei diverso. Perchè ci sono giorni che cambiano, giorni che non dovrebbero mai essere e giorni che sono per forza di cose. Se poi ce una cosa che i giorni non fanno è susseguirsi in un senso logico. Giorni persi e giorni guadagnati. Giorni dettati da una monotonia. Giorni che ti fanno pensare e pensieri che durano giorni e che non si concluderanno se non nel giorno del mai. Ci sono giorni che sono finiti ma che creano l'infinito e giorni infiniti che ti segnano come finito. Ci sono giorni in cui ti basta vedere il giorno e giorni in cui daresti tutto per goderti la notte. Ci sono giorni dunque,ci sono giorni e ci sono uomini. E speriamo non cessino mai i giorni, perchè basta un giorno per capire che desideriamo mille altri giorni...e la notte?...quella la lascio a voi…
 
 
 
Davide Biagioni, Lidia Ferrari e Smith
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categoria:biagioni, giugno08